L’ottavo rapporto presentato da Fondazione Symbola e da Unioncamere, promosso in collaborazione con il Conai, lancia un messaggio molto preciso. La crisi economica che ha falcidiato dal 2008 le economie nazionali, non ha intaccato però un settore: quello dell’economia green. O meglio, la green economy, ovvero tutto quel comparto economico che in qualche modo fa riferimento a pratiche di produzione e sviluppo che tengono in conto la tutela dell’ambiente, ha continuato a crescere nonostante la crisi.
Il rapporto #GreenItaly ci consegna un ritratto dell’Italia che ha scommesso su una transizione ecologica dei processi produttivi. Dal 2011 sono infatti 355mila le aziende che hanno investito, o lo faranno quest’anno, in tecnologie green per ridurre l’impatto ambientale e contenere la produzione e l’emissione di Co2, più o meno una su quattro, il 25{f94e4705dd4b92c5eea9efac2f517841c0e94ef186bd3a34efec40b3a1787622} a livello medio nazionale.
Nel comparto manifatturiero questa percentuale sale al 33,8{f94e4705dd4b92c5eea9efac2f517841c0e94ef186bd3a34efec40b3a1787622}, dimostrando che l’orientamento green negli investimenti e nelle tecnologie produttive è un importante driver di crescita, che si traduce, per le imprese che investono, in crescita, competitività, maggiore reputazione e posizionamento. In altri termini: credibilità, un valore che ancora non gode della giusta attenzione nella reportistica e nei bilanci aziendali, ma che dimostra di orientare il mercato in maniera evidente.
L’economia green ha rappresentato (e rappresenta tuttora) la migliore risposta alla crisi, permettendo alle aziende di efficientarsi, migliorare i processi produttivi, impattare meno sull’ambiente. Ma non solo. Un uso efficiente di energia e materia, un’attenzione verso le ripercussioni sull’ambiente, è figlio – evidentemente – anche di una rinnovata sensibilità, che si traduce in maggiore sostenibilità anche in altri comparti.
Sostenibilità sociale, ad esempio. Un’evoluzione del sistema economico che si basa su investimenti green ha come effetto anche un migliore rapporto fra l’organizzazione produttiva e la comunità che la ospita che si traduce in coesione sociale, investimento sul territorio, responsabilità sociale d’impresa che si concretizza in condivisione di valore. Non è un caso che il 69{f94e4705dd4b92c5eea9efac2f517841c0e94ef186bd3a34efec40b3a1787622} delle medie imprese green si impegni in azioni di sostegno al territorio, percentuale che scende al 36{f94e4705dd4b92c5eea9efac2f517841c0e94ef186bd3a34efec40b3a1787622} fra le imprese che non annoverano investimenti green nel proprio piano industriale.
Ma non sono solo belle parole. La green economy ha creato 3 milioni di occupati Italia, una cifra che corrisponde al 13,1{f94e4705dd4b92c5eea9efac2f517841c0e94ef186bd3a34efec40b3a1787622} del totale degli occupati, destinati a salire entro la fine di quest’anno con l’assunzione di altre 320mila professionisti del green (senza contare gli oltre 860mila che verranno assunti con generiche “competenze green”).
Insieme all’occupazione la green economy crea anche ricchezza: i 3 milioni di occupati green italiani generano un contro valore aggiunto di 195 miliardi di euro (in termini di soluzioni di efficientamento energetico, di risparmio di risorse, di minore impatto ambientale).
Le aziende maggiormente attente si stanno rendendo conto che questo approccio è produttivo, remunerativo, stanno superando la ritrosia ad investire negli efficientamenti green percepiti inizialmente come fonte di scarso ritorno economico. La realtà dei fatti contraddice questa paura: le aziende che investono green crescono, attirano investimenti (come dimostra questa ricerca di AIAF).
Sono dati che fanno sperare, che certificano quello che alcuni settori della cultura e della critica economica testimoniano da anni: il futuro può essere roseo solo prima diventa verde.