Da inizio 2016, con l’entrata in vigore di una norma inserita nella della Legge di Stabilità (Legge 28 dicembre 2015, n. 208) l’Italia è il secondo paese al mondo dopo gli USA a dotarsi di una specifica legge per la costituzione di Società Benefit: cosa sono e perché proprio il nostro paese è così all’avanguardia? Sono differenti dalle B Corp certificate, di cui in Italia, come altrove, abbiamo ormai tantissimi esempi, da Olio Carli a Patagonia?
Ha dipanato la materia l’avvocato Giulio Graziani, partner dello studio legale Elexia di Milano, esperto e appassionato di tematiche legate alla CSR, il quale, tra e varie attività, fornisce consulenza alle imprese che desiderano innovare in questi ambiti.
Lo abbiamo intervistato a margine del webinar organizzato da CSR Manager Network dedicato alle B Corp e alle Società Benefit: due entità distinte, ma correlate.


Avvocato, ci aiuti a fare chiarezza: cosa distingue le Società Benefit dalle B Corp certificate?
Le Società Benefit nascono nel 2010 nello Stato del Merylan, in USA: ad oggi sono 32 gli Stati che hanno adottato una specifica legislazione in materia, cui si è aggiunta la sola Italia nel resto del mondo. Si tratta una nuova forma giuridica legalmente riconosciuta dalla Legge di Stabilità che regolamenta società di capitali che abbiano nel DNA il perseguimento del profitto in modo responsabile, sostenibile e trasparente, a favore di un beneficio comune: parliamo quindi di sviluppo di attività economiche con effetti positivi di tipo sociale in senso lato, su persone, territorio, ambiente, comunità e su tutti gli stakeholder dell’azienda.
Invece, la B Corp è una società di forma giuridica qualsiasi che ottiene una certificazione su base volontaria attraverso il Benefit Impact Assessment (o BIA), usato al momento da 40 mila imprese nel mondo e fornito da B Lab, un ente no profit americano: per ottenere e mantenere la certificazione, occorre raggiungere uno score minimo su un questionario di analisi delle proprie performance ambientali e sociali e integrare nei documenti statutari il proprio impegno verso gli stakeholder.
Le B Corp in Italia sono 11 (su oltre 1.600 nel mondo, in 47 Nazioni e 130 settori diversi): da Cometech, che si occupa di cardioprotezione, alla software house Mondora al famoso produttore alimentare Fratelli Carli.

Una esclude l’altra?
No, anzi oggi in Italia abbiamo tre possibili scenari: una srl di capitali classica può diventare una B Corp tramite l’ottenimento della certificazione; la medesima srl può invece decidere di modificare il proprio statuto e, grazie alla Legge di Stabilità, diventare una Società Benefit; la stessa società, infine, può addirittura fare entrambe le cose: cambiare statuto per diventare Società Benefit e chiedere certificazione di B Corp!

Ne vale la pena?
Io suggerisco di valutare questa nuova opportunità, data sia alle società neo-costituite che a quelle avviate, perché è una straordinaria occasione di fare impresa, incorporando nel proprio DNA i principi di responsabilità sociale che portano a svolgere le attività di business in modo innovativo. È un auto-incentivo a percorrere sentieri nuovi – dal welfare aziendale alla diversity, dalla sostenibilità ambientale alle politiche sociali – diretti verso un miglioramento concreto e stimabile, sia a favore del proprio business che del mondo in cui viviamo.
Si tratta di processi complessi, ma in grado di dare un vantaggio competitivo e reputazionale sul medio e lungo termine: per esempio, è un modo per trattenere talenti, ma anche di trovare nuovi consumatori.
Il cambiamento di paradigma nel fare impresa è innegabilmente in atto, è valido per le multinazionali come per le PMI ed è trasversale a tutti i settori: per le imprese si tratta di scegliere se guardare avanti, utilizzando gli strumenti che, per fortuna per l’Italia, abbiamo a disposizione anche a livello giuridico.

Perché l’Italia ha già fatto sua questa novità, seconda solo agli USA?
Noi italiani siamo consapevoli dei nostri limiti – burocrazia, tendenza ad aggirare le regole… – ma volenterosi di migliorare e quindi molto attratti dalle nuove idee che possono stimolare cambiamenti positivi. Siamo sensibili a quanto si muove nel mondo intorno al tema dell’innovazione per le imprese, perché sappiamo bene che a noi per primi occorre nuova linfa vitale per sviluppare il nostro tessuto imprenditoriale: di conseguenza attraiamo buone idee.
Il caso delle Benefit Corp non è isolato, perché siamo all’avanguardia anche in fatto di governance o, più recentemente, di integrated reporting.

Conosce qualche azienda che si è già attivata da quando è entrata in vigore la legge, tre mesi fa?
Mi risulta ci siano cinque aziende che già a febbraio di quest’anno hanno modificato il loro statuto in Società Benefit. L’unica di cui ho trovato traccia in termini di comunicazione è la piattaforma di Job Sharing Croqqer che ne dà notizia sul proprio sito web, segnalando il passaggio alla nuova forma giuridica “Croqqer Italia Srl SB”.

A suo parere, è giusto per un’azienda comunicare all’esterno l’adesione a tali principi e le relativi azioni, come per esempio il cambio di statuto in Società Benefit?
Credo sia giusto fare una buona comunicazione, che per me equivale a una comunicazione veritiera.
La legge prevede sanzioni per le società che fanno comunicazione NON veritiera, applicando le leggi che combattono la pubblicità ingannevole e le pratiche commerciali illegali. Detto ciò, credo che comunicare all’esterno un cambio di statuto, specie per una società che non sia neo-costituita, sia doveroso: non può che avere un impatto positivo sia sull’azienda medesima che nello sviluppo di una sensibilità imprenditoriale nei confronti della CSR.
Insomma, io ci credo: abbiamo una buon occasione e dobbiamo metterla in pratica.