Era il 1989 quando dai laboratori Fertec, il centro di ricerca di Montedison, uscì il primo orologio a forma di Topolino, pronto per essere allegato alla celebre rivista. Pochi sapevano però che l’oggetto era stato realizzato con materiali provenienti dal mais.

La tecnologia legata ai biopolimeri, ovvero quei materiali che ricordano la plastica per proprietà fisiche, ma che hanno invece un’origine vegetale, sta subendo progressi rapidissimi.

Oggi la loro diffusione risponde alla necessità di sostituire con sempre maggiore frequenza materie prime di origine fossile (e con un impatto ambientale notevole) con altre di origine vegetale e biodegradabili.

La nuova frontiera è rappresentata dai materiali biobased: materiali, cioè, che partendo da una matrice vegetale (mais e barbabietola su tutte) con l’azione di funghi e batteri in coltura a particolari condizioni di temperatura ed umidità, mutano la propria struttura molecolare. Un processo industriale che ha già in qualche modo trasformato il mondo del packaging e dei prodotti monouso.

A pochi anni dall’introduzione dei biopolimeri, stiamo però assistendo ad un’inversione di rotta. Se solo fino a qualche anno le materie prime vegetali necessarie alla produzione dei biopolimeri veniva coltivata appositamente, ora la base di partenza viene tratta da scarti di lavorazione di altre filiere. Un’attenzione ed una sensibilità maggiore verso lo spreco di risorse potenzialmente alimentari, stanno investendo tutta l’industria.

Qualche esempio?

Yulex Pure, biopolimero ottenuto da piante di hevea e guayole, originarie del sud America, che necessitano di poca acqua e ridotto uso di pesticidi. Viene utilizzato soprattutto per le mute da surf, è molto apprezzato come materiale anche da big del settore come Patagonia.

Apinat viene prodotto da Api con scarti agricoli riciclabili e biodegradabili. É lavorabile come una qualsiasi plastica, è atossico e privo di metalli pesanti

Bioleather è invece la risposta ecologica a chi non può fare a meno dello Schott: una bio pelle ottenuta dalla cellulosa modificata con la secrezione di alcuni batteri.

Fonte: Tecnica calzaturiera, Giugno 2017