Siamo sicuri che il fatto che una pesca bio costi fino a 7 volte più di una pesca ottenuta con agricoltura convenzionale, abbia solo a che fare con la maggiore qualità?

Secondo il preziario settimanale della Camera di Commercio di Bologna, aggiornato al 24 agosto 2017, infatti le pesche bio vengono battute a 2 euro la cassetta, contro i 32 centesimi di quelle convenzionali. Lo stesso per le nettarine. Le susine costano fino a 5 volte di più (1.90 contro 0.48), le cipolle più di 6 volte (1.85 contro 0.28).

Cosa contribuisce a creare una disparità di prezzo così elevata?

Ad esempio, tralasciando i costi indiretti per la salute nostra e della terra che sono la vera catastrofe, ma focalizzandoci sul costo del prodotto, il bio costa perché fare agricoltura bio costa.

Prendiamo gli ortaggi. Con il concime chimico, soprattutto azotato, le rese per ettaro sono alte ed omogenee. Il concime chimico stimola l’assorbimento di acqua e si raccolgono quantitativi maggiori facendo fare “peso” anche a piante che naturalmente non raggiungerebbero un peso minimo per essere vendute. Con la concimazione organica, più costosa, l’effetto è molto minore. L’altro grande problema nella coltivazione degli ortaggi è liberarli dalle erbe infestanti. Nel convenzionale questa pratica viene effettuata con il diserbo, mentre nel biologico con sarchiatura meccanica e a mano. Nel bio, inoltre, deve essere fatta la rotazione colturale in modo da poter ripristinare l’equilibrio e la fertilità del suolo, con un costo generale per l’azienda alto, considerando che queste rotazioni, generalmente, non sono praticate nella coltivazione convenzionale. Questa è una delle risposte, ma non giustifica totalmente la disparità di prezzo, per cui sarebbe necessario attivare anche in Italia uno studio sistemico sull’andamento dei prezzi, che in Francia ad esempio c’è.

Perché se da un lato il mercato del bio in Italia è in crescita, seppur ancora a livello embrionale (3{f94e4705dd4b92c5eea9efac2f517841c0e94ef186bd3a34efec40b3a1787622} del mercato totale, per un valore di 4.9 miliardi di euro, con un incremento del 19.7 {f94e4705dd4b92c5eea9efac2f517841c0e94ef186bd3a34efec40b3a1787622} rispetto al 2016) in Francia il bio è sistema. Sistema con una storia più lunga e radicata, con un tessuto produttivo più profondo e grande e per questo maggiormente monitorato. Al punto che secondo l’associazione francese Ufc – Que choisir un cittadino francese per la stessa quantità di frutta e verdura spenderebbe 660 euro per la “versione bio” contro i 368 di quella convenzionale. Una disparità evidente che però interroga anche noi, dal momento che pur con pochi dati a disposizione (quelli della CamCom di Bologna sono uno dei pochi esempi) riscontriamo empiricamente la stessa enorme disparità.

Tali disparità si accentuano e sono particolarmente evidenti nella GDO, dove i grandi volumi di acquisto e la capillarità distributiva consentono di tenere per i prodotti convenzionali prezzi estremamente bassi.

Ma se non siamo noi consumatori a pagare (in termini relativi ovviamente) chi è allora?

Se un prodotto costa poco, a farne le spese probabilmente è quasi sempre il produttore (cui viene imposto un prezzo di acquisto basso e forzato), il lavoratore (il cui compenso dipende in larga parte dal prezzo di vendita di ciò che produce) ed infine l’ambiente a cui politiche agricole “al ribasso” non fanno certo bene.

Ecco quindi che si pone IL tema: come costruire un prezzo giusto? Perché ovviamente la soluzione (è intuibile) non può essere abbassare il prezzo del bio, ma creare una distribuzione più equilibrata del vantaggio economico: in poche parole se il margine fino a 6 volte superiore di una cipolla bio fosse spalmato lungo tutta la filiera, fino al produttore, si potrebbe realizzare un commercio più equo e sostenibile, e contemporaneamente lavorare sulla consapevolezza del consumatore finale, facendo sì che le sue scelte siano driver davvero incisivi su mercato e ambiente.

Esiste fortunatamente un’iniziativa “educativa” che sta portando avanti da molti anni il commercio equo-solidale: la politica del “prezzo trasparente”. NaturaSì, nota catena di distribuzione di negozi specializzati nella vendita di prodotti biologici, ha deciso di aderire una decina di anni fa, per creare un consumatore più cosciente dei passaggi che creano il prezzo che si trova sotto gli occhi quotidianamente. «Il prezzo trasparente serve per creare una comunità e fiducia lungo tutta la filiera – spiega, Fabio Brescacin, presidente di NaturaSì – dai produttori, ai distributori, fino ai consumatori. Non abbiamo mica nulla da nascondere! Un prezzo giusto è giusto per tutti e permette a tutti di vivere ed alimentarsi dignitosamente».

Proprio il prezzo più giusto ed il ruolo conseguente e responsabile che può avere la GDO saranno al centro della ventinovesima edizione del SANA, il Salone internazionale del biologico e del naturale che si terrà  Bologna dall’8 all’11 settembre.