Nebbiolo ad alta quota? Malaria che ritorna? Caffè coltivato sotto la neve? Cosa hanno in comune?

Possono sembrare scenari assurdi, ma gli eventi correlati al climate change potrebbero rendere questi scenari assolutamente realistici.

A livello di produzioni agricole il cambiamento climatico (nel marzo di quest’anno si sono registrate temperature superiori di oltre 2,5 C° alla media del periodo) mostra i suoi effetti più evidenti. Le specie iniziano a fiorire e mostrano una precoce maturazione già nei primi mesi dell’anno, esponendosi ai rischi di improvvise gelate. Chiedetelo ai vignerons del Collio che hanno illuminato alla luce dei falò i loro filari per evitare che gelassero. Ad aprile.

È mettendo insieme tutti i pezzi del puzzle che è possibile riuscire a tracciare una mappa attendibile di tutti gli elementi che condizionano e generano il cambiamento climatico.

Da alcuni anni assistiamo ad un circolo vizioso preoccupante: l’innalzamento della temperatura rende alcune produzioni agricole maggiormente difficoltose, costringendo il mercato a ricorrere alle importazioni. Ma il costo ambientale correlato al trasporto, spesso da enormi distanze, di derrate alimentari a basso costo, genera ulteriore inquinamento che non fa che peggiorare la condizione di partenza.

Per questo si rende necessaria una strategia, prima di tutto politica, per far fronte ad un problema che sta diventando globale. La recente posizione dell’amministrazione Usa su G7 ambiente e agenda di Parigi, sono segnali preoccupanti che non fanno che rendere più complessa la risoluzione del problema.

Secondo la ricerca condotta da 40 istituti scientifici nel mondo, le specie viventi si stanno spostando verso i poli alla velocità di 17,72 chilometri ogni dieci anni. L’innalzamento delle temperature costringe le specie animali ad una migrazione forzata verso luoghi in cui ritrovare le condizioni climatiche che il loro ambiente originario non presenta più. E questo comporterà effetti a medio e lungo termine difficilmente prevedibili. La scomparsa di predatori naturali, comporterà il proliferare di altre specie potenzialmente dannose verso le colture, e così via. Così come l’innalzamento dei livelli marini porterà al manifestarsi di nuove zone paludose costiere, aumentando sensibilmente il rischio di ritorno di alcune malattie legate alla presenza di insetti. Come la malaria appunto.

«Quando incominci ad unire tutte le trame individuali arrivi ad una mappa del mondo che evidenzia alcuni trend preoccupanti» afferma Nathalie Pettorelli, senior research fellow all’Istituto di Zoologia della della Zoological Society of London.  Pettorelli è una delle autrici dello studio e ha lavorato insieme a ricercatori di più di quaranta istituti per evidenziare come i movimenti di molte specie stiano già avendo degli effetti sulla vita di ognuno di noi. «Tutti i paesi verranno impattati in qualche modo e nessuno è veramente preparato» aggiunge.

Non stupiamoci dunque se fra qualche decennio troveremo filari di nebbiolo laddove una volta si sciava, o se specie animali che eravamo abituati ad incontrare d’estate al mare, faranno capolino durante le nostre settimane bianche.