Sostenibilità è una di quelle parole entrate di prepotenza nel dibattito pubblico, nella comunicazione delle imprese, nelle agende delle amministrazioni. Secondo una recente indagine IPSOS per il Salone della CSR e dell’Innovazione Sociale, il 65% degli italiani è interessato e attento al tema. Un trend in continua crescita. Dal 2015 sono infatti aumentati del 65% gli italiani che affermano almeno di conoscere il significato del termine sostenibilità, un concetto che – fa bene ricordarlo – non significa solamente ecologico, eco friendly ecc ecc. La sostenibilità è infatti una visione (e una pratica) di lungo termine che interessa la sfera ambientale, economica e sociale di un qualsiasi processo umano. Un processo sostenibile minimizza quindi il suo impatto in questi tre ambiti.

Tornando all’interesse degli italiani per questo concetto è necessario però operare dei distinguo. Se infatti è del 65% la percentuale di italiani interessati al tema, questa si riduce al 15% se prendiamo in considerazione chi si impegna concretamente per realizzarla, mentre è del 50% quella di chi si definisce “aperto”, mediamente informato e disposto ad attuarla con comportamenti conseguenti.

A questa larga maggioranza si affianca però una nutrita pattuglia di scettici (forbice che varia dal 16 al 20%) che raccoglie persone anche discretamente informate, ma con scarsa attitudine a comportamenti sostenibili, perché nutrono il dubbio che l’enfasi posta su questi temi nasconda in realtà solo intenti commerciali. Gli indifferenti sono ancora quasi un 1/5 del campione con percentuali che sfiorano il 18%.

IMPRESE SOSTENIBILI, SI MA QUALI?

Pur in un quadro di crescita positivo e rincuorante permane negli italiani la difficoltà di distinguere fra imprese sostenibili e non. Orientarsi nella selva di sigle che contraddistingue la rendicontazione non finanziaria è difficile e questo scoraggia i consumatori. Il sondaggio ha identificato una serie di strumenti a disposizione delle imprese per farsi riconoscere come sostenibili dai consumatori.

Le certificazioni di terze parti sono un mezzo percepito dal consumatore come rilevante ai fini della scelta d’acquisto. Ecco allora che le varie UTZ, FSC, GreenLabel ecc ecc sono un primo, utile vademecum orientativo per il 42% del campione intervistato. Associazioni ambientaliste e umanitarie che promuovono o bocciano i comportamenti delle imprese sono ritenute attendibili dal 35% dei consumatori.
Ma è sulla comunicazione che si dovrebbe concentrare lo sforzo maggiore, dal momento che l’impegno nella sostenibilità le aziende lo comunicano principalmente attraverso il proprio sito internet e il proprio bilancio di sostenibilità, mezzi che si rivelano spesso del tutto inadatti a raggiungere lo scopo.

Una comunicazione che sappia mettere in rete l’impresa con la sua rete sociale, che sappia uscire dal burocratese tecnico e incomprensibile, che racconti la storia delle persone dietro al prodotto e che faccia – infine – emergere una vera e concreta convergenza fra i valori dichiarati e il prodotto venduto. Che sappia “far vivere la sostenibilità”.

L’analisi della comunicazione della propria sostenibilità, è un impegno che le imprese non possono più rimandare. Se c’è un filone di crescita è infatti quello garantito dalla sostenibilità. Crescono le imprese che hanno fatto dell’impegno per il pianeta e la società un driver strategico. I loro prodotti vengono preferiti e avvertiti come di migliore qualità (lo pensa l’85% del campione intervistato disposto a spendere fino al 10% in più). Le loro performance economiche e la loro stabilità finanziaria hanno rating più elevati.

Fonte: Ipsos