L’industry 4.0 è una questione di responsabilità sociale di impresa

Automazione dei processi, integrazione tra sistemi, digitalizzazione della produzione, internet che connette ogni elemento presente in fabbrica, robot collaborativi che da macchine “chiuse in gabbia” si trasformano in colleghi intelligenti.

Queste sono solo alcune delle innovazioni tecnologiche che stanno tracciando quella che, ormai nel linguaggio di tutti i giorni, si definisce quarta rivoluzione industriale o Industry 4.0.

Un tema interessante e molto delicato che, al di là dell’innovazione che porta a livello produttivo, e al di là del valore e della competitività che è in grado di generare (il piano Industry 4.0 inserito dal Governo nella legge di Stabilità nel 2017 va proprio in questa direzione) apre orizzonti di riflessione e azione per chi si occupa di responsabilità sociale di impresa.

A parer mio il legame tra la quarta rivoluzione industriale e la Csr è molto forte. La digitalizzazione della produzione industriale ha, infatti, un effetto diretto sul mondo del lavoro e, attraverso di questo, sulla società. Un effetto che, se le previsioni diventeranno realtà – 47{f94e4705dd4b92c5eea9efac2f517841c0e94ef186bd3a34efec40b3a1787622} della produzione industriale totalmente automatizzata entro il 2028 – potrebbe essere dirompente.

Le persone perderanno il lavoro perché rimpiazzate dalle macchine? Le nuove professionalità richieste dalla digitalizzazione (data scientist, esperti di automazione, sviluppatori di applicazioni o di smart devices, programmatori di software, esperti di integrazione di sistemi, ecc.) saranno in un numero simile, maggiore o minore rispetto agli operatori di fabbrica oggi? La produttività e le iniezioni di competitività saranno sufficienti a garantire nuovi posti di lavoro a copertura di chi perderà le sfide contro i competitor e che dovrà licenziare personale?

Non è mio compito nè fare previsioni, nè suggerire soluzioni. Esiste già una notevole produzione di contenuti in merito, con posizioni alle volte diametrali. C’è anche chi suggerisce quali azioni politiche seguire (il reddito di cittadinanza) e chi sogna un moderno luddismo.

A me interessa sottolineare questo aspetto: qualunque sia l’esito del processo di cambiamento in atto, le imprese che ne sono protagoniste – e con esse i loro stakeholder – devono assumersi la responsabilità del processo e guidarlo in una direzione che rispetti, contemporaneamente, la sostenibilità economica, sociale ed ambientale.

Troppo spesso, ancora oggi, le imprese manifatturiere e i loro fornitori guardano solo ad uno solo di questi aspetti – quello economico – oppure al vantaggio che possono trarre dall’investimento tecnologico come organizzazione singola.

Non si accorgono che dietro una tale rivoluzione tutto è destinato a cambiare. Cosa accadrebbe, ad esempio, se davvero il 50{f94e4705dd4b92c5eea9efac2f517841c0e94ef186bd3a34efec40b3a1787622} della forza lavoro venisse espulsa a favore della produttività e dello zero difetti garantita dall’automazione? Quale mercato potrebbe sopravvivere con il 50{f94e4705dd4b92c5eea9efac2f517841c0e94ef186bd3a34efec40b3a1787622} di acquirenti in meno?

Al di là della provocazione, trovo necessario che le aziende che offrono “tecnologie abilitanti” – così si definiscono le innovazioni che traghettano all’Industry 4.0 -, le aziende che se ne dotano e i loro consulenti – tra cui chi si occupa di Csr e comunicazione –  avviino al più presto un percorso condiviso, partecipato e collaborativo per definire  quale tipo di contesto sociale ed ambientale, oltre che economico, costruire

Non si tratta di fermare l’innovazione e l’evoluzione che, peraltro, offre notevoli vantaggi nella sostituzione dell’uomo in lavori usuranti, ripetitivi o potenzialmente pericolosi o nella trasformazione in senso ergonomico del posto di lavoro o delle mansioni che si svolgono.

Si tratta di governare un processo che metterà, e sta già mettendo, in discussione il mondo come lo conosciamo e, se necessario, inserire cambiamenti sociali, politici, economici (non solo produttivi) che garantiscano un benessere diffuso. Questo anche se, come qualcuno profetizza, vorrà dire mettere mano al patto sociale che ci lega, alla definizione di benessere per come è massivamente condivisa, al dogma del profitto ad ogni costo.

Tu cosa ne pensi?