La violenta reazione all’introduzione delle buste a pagamento nei settori ortofrutta della GDO, rischia di spostare l’attenzione dal vero tema: la presenza di plastica inquinante nell’ambiente.

Una recente ricerca dell’Università di Pisa mette infatti in luce che l’introduzione delle plastiche biodegradabili nel confezionamento degli alimenti, non risolve del tutto il problema dei detriti plastici marini e delle microplastiche.

Da un lato le plastiche di nuove generazione sono uno strumento utile e da incentivare, dall’altro la mancanza di una corretta comunicazione sulla loro introduzione, e sulla necessità di adottare pratiche di economia circolare già nei processi di packaging, rischia di diffondere l’illusione che siano la panacea per tutti i fenomeni di inquinamento da materiali plastici.

Due anni fa infatti, il rapporto dell’Unep – United Nations Environment Program (come riportato da Greenreport) metteva già in guardia dal considerare le plastiche biodegradabili una soluzione semplice a un problema complesso. Ora la ricerca dell’Università di Pisa lo conferma con casi di studio sulla flora marina.

Alcune considerazioni.

Le nuove plastiche non sono pensate per essere disperse in mare: il loro utilizzo può senz’altro essere molto utile in quei contesti in cui la dispersione è non solo facilmente ipotizzabile, ma piuttosto probabile, come l’allevamento dei mitili in acque libere. La ricerca condotta dal team di biologi dell’Università di Pisa – Elena Balestri, Virginia Menicagli, Flavia Vallerini, Claudio Lardicci –  ha infatti provato che anche questi nuovi tipi di materiali impiegano circa sei mesi per essere completamente metabolizzati dall’ambiente marino e che, anche in caso di completa solubilizzazione, non sono privi di effetti sul sedimento marino. Alterano infatti la saturazione di ossigeno, il ph e la temperatura del sedimento, con conseguenze sulla flora marina ancora troppo poco indagate. Il problema dei rifiuti in mare va quindi affrontato prima di tutto a terra, attuando pratiche di riciclo e riutilizzo corrette supportate da una comunicazione ambientale adeguata e precisa.

Solo una corretta comunicazione infatti (quella che è mancata nell’introduzione dei sacchetti nell’ortofrutta) può scongiurare un effetto di deresponsabilizzazione nell’utente finale, indotto a disperdere indiscriminatamente con la scusa della biodegradabilità.

Un approccio di economia circolare da attuare già nella fase di packaging è invece una soluzione auspicabile e verso la quale si sta muovendo l’Unione Europea con una nuova strategia di potenziamento: l’obiettivo è arrivare ad avere il 100{f94e4705dd4b92c5eea9efac2f517841c0e94ef186bd3a34efec40b3a1787622} degli imballaggi riciclabili entro il 2030.

Come riportato da Alternativa Sostenibile, Frans Timmermans, primo vicepresidente della Commissione Europea e responsabile per lo sviluppo sostenibile, ha dichiarato: «Se non modifichiamo il modo in cui produciamo e utilizziamo le materie plastiche, nel 2050 nei nostri oceani ci sarà più plastica che pesci. Dobbiamo impedire che la plastica continui a raggiungere le nostre acque, il nostro cibo e anche il nostro organismo. L’unica soluzione a lungo termine è ridurre i rifiuti di plastica riciclando e riutilizzando di più. Si tratta di una sfida che i cittadini, le imprese e le amministrazioni pubbliche devono affrontare insieme».