Nel dibattito sul cambiamento climatico, la comunicazione è cruciale – e c’è più di un modo per coinvolgere le emozioni.

Lucia Graves

È un punto controverso: per diffondere una maggiore consapevolezza del tema clima, è meglio spaventare la gente a morte oppure infondere un senso di speranza? In altre parole, è più efficace l’immagine di orsi bianchi affamati sulla calotta polare che si scioglie a vista d’occhio oppure quella di famiglie felici in gita su bici ornate di fiori e attrezzate con luci a energia solare?

La questione è diventata di attualità dopo la pubblicazione sulla versione online della rivista New York di un articolo da 7000 parole di David Wallace-Wells che descrive lo scenario worst case. Il pezzo è diventato un fenomeno “virale”, arrivando ad essere l’articolo più letto nella storia della rivista. Un collaboratore alla rivista Slate lo ha definito “the Silent Spring of our time”. Allo stesso tempo, però, è stato anche fortemente  criticato e non solo dai soliti negazionisti.

A parte qualche contestazione del contenuto scientifico, alcuni lettori contrari tra cui l’autorevole scienziato climatico Michael Mann hanno giudicato negativamente l’approccio cataclismatico dell’articolo; Mann afferma infatti che esiste un “rischio nell’esagerare la scienza fino al punto che il problema assuma dimensioni insuperabili, e quindi alimenti un senso di catastrofe, di inevitabilità e mancanza di speranza”.

Altri invece ritengono che spaventare sia l’unico modo per convincere la gente. Il più famoso sostenitore della tattica della paura è forse Guy McPherson, definito dal New York Times un “ecologo apocalittico”, la cui teoria catastrofista dell’“estinzione nel breve termine” ha raccolto un certo seguito. Sul proprio sito, dove si trovano anche link a hotline di prevenzione del suicidio, McPherson nota che l’articolo di David Wallace-Wells “in gran parte coglie il mio messaggio”.

Dal punto di vista psicologico, tutti e due i campi sbagliano. Le emozioni sono complicate e variano in modo significativo da una persona all’altra. I tentativi di manipolazione maldestra non funzionano.

Questa è la conclusione di un gruppo di scienziati comportamentali dell’università di Massachusetts-Amherst – Daniel Chapman, Brian Lickel e Ezra Markowitz – i quali,  in un saggio pubblicato recentemente  su Nature Climate Change, esaminano la comunicazione del cambiamento climatico dalla prospettiva della psicologia.

Nel saggio si legge che il tentativo di spaventare oppure di ispirare “semplifica eccessivamente la ricca base di conoscenze sulle emozioni e allo stesso tempo rende smisuratamente complicata la sfida comunicativa già di per sé difficile di chi pretende che ogni messaggio abbia la giusta ‘ricetta emotiva’ per massimizzarne l’efficacia”.

I climatologi infatti non sono esperti comportamentali, e questi ultimi sostengono che esistono soluzioni migliori per comunicare il tema del cambiamento climatico. Anziché trattare le emozioni come leve da azionare per ottenere un particolare effetto, sarebbe meglio vederle come componenti di un’interazione dinamica tra una serie di fattori che condizionano il nostro comportamento, e che sono squisitamente specifici alla persona che li vive.

Non solo: poiché in linea generale non siamo bravi a indurre specifici sentimenti in base esclusivamente a quello che diciamo, l’approccio migliore sarebbe quello dell’umiltà – cioè, ascoltare di più e conoscere i propri limiti.

Credo che i ricercatori e gli esperti farebbero bene a studiare in modo obiettivo quello che la ricerca dice e non dice su come interessare il pubblico al tema del cambiamento climatico” mi ha detto Chapman.

Per chi vuole comunicare il cambiamento climatico in modo psicologicamente efficace, la scienza offre alcune indicazioni interessanti.

Per esempio: sebbene tendiamo a considerare la collera un’emozione negativa, la ricerca la considera importante come motore per indurre all’azione contro un’ingiustizia sociale. Anche l’accoppiamento di specifici sentimenti come la paura e l’efficacia può essere utile.

Come un malato al quale si dà una diagnosi assieme a una terapia, le persone rispondono meglio ai rischi quando gli si danno sia una ragione sia una risposta. In questo senso, sembra che i due lati del dibattito – speranza e paura – vedano una sola faccia della medaglia.

Ma anche quando le conoscenze scientifiche sono relativamente consolidate, i ricercatori sconsigliano l’impiego di applicazioni semplicistiche. Le formulazioni del tipo “tre parti speranza e una parte paura” non sono soluzioni universali. Anzi, l’utilizzo responsabile delle informazioni richiede quantomeno parecchia riflessione preliminare oltre a uno sforzo continuo di capire le particolari circostanze del pubblico al quale ci si rivolge.

Ciò significa conoscere i propri interlocutori e i temi per loro importanti. Stanno pensando di tagliare una foresta locale o di costruire le proprie abitazioni su palafitte? E’ meglio che ricostruiscano o che si trasferiscano altrove? L’analisi delle esigenze e delle sensibilità delle persone è essenziale per ogni forma di comunicazione, ma lo è soprattutto quando si tratta della scienza climatica, una disciplina di grande complessità tecnica che ha un profondo impatto personale e genera una forte polarizzazione politica.

Si tratta in particolare di ricordarsi che il cambiamento climatico è un tema molto variegato. Non è monolitico e la sua comunicazione può assumere numerose forme – dagli scienziati climatici che parlano ai non esperti a Leonardo DiCaprio che realizza un film.

In fondo il principale problema della comunicazione climatica non è tanto il modo in cui se ne parla quanto se se ne parla. Secondo un rapporto del 2016  del programma sulla comunicazione climatica dell’università di Yale, un americano su quattro dice che non sente “mai” discussioni sul tema.

In questo senso, la horror story apocalittica con condivisione virale di David Wallace-Wells è la cosa migliore che sia capitata alla comunicazione climatica da tempo.

FONTE: The Guardian